mercoledì, 09 luglio 2008
ViolaMai alle 19:15 in:
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martedì, 24 giugno 2008
Scopro che non tutto mi lascia indifferente.
Ancora qualcosa riesce a stupirmi.
Mi stupisce, per esempio, che le persone si perdano, consapevoli di starsi perdendo, e poi si rinfaccino di essersi perdute.
La pretesa mi fa sorridere, la perdita mi intristisce.
Scopro che mi stupisce la reiterazione degli stessi gesti. E pare strano, perché reiterare è quasi sempre la soluzione più comoda, una sorta di risparmio cognitivo, che porta a rifare una roba che si conosce già. Eppure mi stupisce la capacità di reiterare ciò che non soddisfa, ciò che provoca dolore, soprattutto quando l’alternativa c’è, e ti tende la mano.
Mi stupisce ancora la persistenza della colpa.
Mi stupisce il potere creativo e distruttivo del concepimento.
Mi stupisce l’adattamento umano alle realtà peggiori.
Mi stupisce la resistenza del corpo, quando pensi di non resistere più. Ancora mi stupisce l’artiglio divino che ci graffia indifferente per spostarci da una quinta all’altra.
Non tutto mi lascia indifferente. Molto bene.
ViolaMai alle 14:12 in:
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venerdì, 30 maggio 2008
All'inizio, l'arte del puzzle sembra un'arte breve, di poco spessore. L'oggetto preso di mira, non è una somma di elementi che bisognerebbe dapprima isolare e analizzare, ma un insieme, una struttura. Non sono gli elementi a determinare l'insieme, ma l'insieme a determinare gli elementi. La qual cosa significa che si può guardare il pezzo di un puzze per tre giorni di seguito, credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo avanti. Conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi. E solo i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile e un senso. Isolato, il pezzo di un puzzle non significa niente. E' semplicemente domanda impossibile. Ma se appena riesci a connetterlo con uno dei pezzi vicini, ecco che quello sparisce, cessa di esistere in quanto pezzo: l'intensa difficoltà che ha preceduto l'accostamento (e che la parola "puzzle = enigma" traduce perfettamente) non solo non ha più motivo di esistere, ma non ne ha mai avuto. I due pezzi miracolosamente riuniti sono diventati uno, e questa nuova unità sarà a sua volte fonte di esitazioni, smarrimenti e attesa.
ViolaMai alle 20:36 in:
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martedì, 26 febbraio 2008
Voglio andare a vivere a Catania. In un monolocale piccolissimo con un balconcino che dà sul mare. Voglio aprire un caffè letterario che venda libri usati, che lasci fumare il nargile, che faccia incontrare umanità. Che permetta a chiunque di chiudersi nelle sue bolle di sapone, al di là del mondo, e perdere tempo. Voglio vestirmi di sottane e sandali, senza trucco, ma con un profumo di mare sul collo. Voglio farmi crescere i capelli fino al sedere, ed essere selvatica e distaccata. Voglio bastare a me stessa, e perdermi al tramonto per le strade del sud. Voglio fermarmi al porto con una bicicletta vecchia, e sentire la nostalgia di casa. Voglio adottare un cane, che venga con me alla mattina, ad aprire la bottega di libri dimenticati. Voglio vivere con pochi soldi, pochi amici, poca pochezza. Voglio che questa vita nuova cominci ora. Ne ho bisogno.
ViolaMai alle 14:05 in:
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lunedì, 25 febbraio 2008
Il grande segreto di tutte le donne rispetto ai bagni è che da bambina tua
mamma ti portava in bagno, puliva la tavolozza, ne ricopriva il perimetro
con la carta igienica e poi ti spiegava: "MAI, MAI e poi MAI appoggiarsi sul gabinetto" e poi ti mostrava "la posizione" che consiste nel bilanciarsi sulla tazza facendo come per sedersi, ma senza che il corpo venga a contatto con la tavolozza.
"La posizione" è una delle prime lezioni di vita di una bambina,
importantissima e necessaria, deve accompagnarci per il resto della vita.
Ma ancora oggi, da adulte, "la posizione" è terribilmente difficile da
mantenere quando hai la vescica che sta per esplodere.
Quando "devi andare" in un bagno pubblico, ti ritrovi con una coda di donne che ti fa pensare che dentro ci sia il partner di Meg Ryan. Ma perchè ci scappa da pisciare a tutte nello stesso momento?
Allora ti metti buona ad aspettare, sorridendo amabilmente alle altre che
aspettano anche loro con le gambe e le braccia incrociate.
Finalmente tocca a te, ma arriva sempre la mamma con "la bambina piccola che non può più trattenersi" e ne approfittano per passare avanti tutte e due! A quel punto controlli sotto le porte per vedere se ci sono gambe.
Decisamente gambe: sono tutti occupati. Finalmente se ne apre uno e ti butti addosso alla persona che esce. Entri e ti accorgi che non c'è la chiave (perchè la chiave non c'è mai). Pazienza.
Appendi la borsa a un gancio sulla porta, e se non c'è (e non c'è mai),
ispezioni la zona, il pavimento è pieno di liquidi non ben definiti e non
osi poggiarla lì,per cui te la appendi al collo, la borsa e i 30 chili di cose che ci hai messo dentro,che non usi ma le tieni perché
non si sa mai. Per esempio il cacciavite.
Tornando alla porta... dato che non c'è la chiave, devi
tenerla con una mano, mentre con l'altra ti abbassi i pantaloni e assumi "la posizione"... E pisci.
A questo punto cominciano a tremarti le gambe... perché sei sospesa in aria, con le ginocchia piegate, i pantaloni abbassati che ti bloccano la
circolazione, il braccio teso che fa forza contro la porta e una borsa di 30 chili appesa al collo. Vorresti sederti, ma non hai avuto il tempo di pulire la tazza né di coprirla con la carta, dentro di te pensi che non
succederebbe nulla ma la voce di tua madre ti risuona in testa "non sederti MAI su un gabinetto pubblico!", così rimani nella "posizione", ma per un errore di calcolo un piccolo zampillo ti schizza sulle calze.
Per allontanare dalla mente questa disgrazia, cerchi il rotolo di carta
igienica maaa, anche quello non c'è mai.
Allora preghi il cielo che tra quei 30 chili di cacciaviti che hai in
borsa ci sia un misero kleenex, ma per cercarlo devi lasciare andare la
porta. E non appena lasci la porta, qualcuno la spinge e devi frenarla con un movimento brusco, altrimenti tutti ti vedranno semiseduta in aria con i pantaloni abbassati.
Allora urli "O-CCU-PA-TOOO!!!", continuando a spingere la porta con la mano libera, e a quel punto dai per scontato che tutte quelle che aspettano fuori abbiano sentito e adesso puoi lasciare la porta senza paura, nessuno oserà aprirla di nuovo (in questo noi donne ci rispettiamo molto) e ti rimetti a cercare il keenex, vorresti usarne un paio ma sai quanto possono tornare utili in casi come questi e ti accontenti di uno, non si sa mai. In questo preciso momento si spegne la luce automatica, ma in un cubicolo così minuscolo non sarà tanto difficile trovare l'interruttore! Riaccendi la luce con la mano del kleenex, perché l'altra sostiene i pantaloni, conti i secondi che ti restano per uscire di lì, sudando perché hai su il cappotto che non avevi dove appendere e perché in questi posti fa sempre un caldo terribile.
Senza contare il bernoccolo causato dal colpo di porta, il dolore al collo
per la borsa, il sudore che ti scorre sulla fronte, lo schizzo sulle
calze... il ricordo di tua mamma che sarebbe vergognatissima se ti vedesse
così; perché il suo culo non ha mai toccato la tavolozza di un bagno
pubblico, perché davvero "non sai quante malattie potresti prenderti qui".
Ma non è finita... sei esausta, quando ti metti in piedi non
senti più le gambe, ti rivesti velocemente e soprattutto tiri lo sciacquone!
Se non funziona preferiresti non uscire più da quel bagno, che vergogna!
Finalmente vai al lavandino. È tutto pieno di acqua e non puoi appoggiare la borsa, te la appendi alla spalla, non capisci come funziona il rubinetto con i sensori automatici e tocchi tutto finché riesci finalmente a lavarti le mani in una posizione da gobbo di Notredame per non far cadere la borsa nel lavandino; l'asciugamani è così scarso che finisci per asciugarti le mani nei pantaloni, perché non vuoi sprecare un altro kleenex per questo!
Esci passando accanto a tutte le altre donne che ancora aspettano con le
gambe incrociate e in quei momenti non riesci a sorridere spontaneamente,
cosciente del fatto che hai passato un'eternità là dentro.
Sei fortunata se non esci con un pezzo di carta igienica attaccato alla
scarpa o peggio ancora con la cerniera abbassata! Esci e vedi il tuo ragazzo che è già uscito dal bagno da un pezzo e gli è rimasto perfino il tempo di leggere Guerra e Pace mentre ti aspettava. "Perché ci hai messo tanto?" ti chiede irritato.
"C'era molta coda" ti limiti a rispondere.
E questo è il motivo per cui noi donne andiamo in bagno in gruppo, per
solidarietà, perché una ti tiene la borsa e il cappotto, l'altra ti tiene la porta e l'altra ti passa il kleenex da sotto la porta; così è molto più
semplice e veloce perché tu devi concentrarti solo nel mantenere "la
posizione". E la dignità.
ViolaMai alle 18:26 in:
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lunedì, 11 febbraio 2008
Parlerò di un suggerimento che non è venuto in mente a me.
Nosssssignori, per quanto io sia sagace, questa idea non mi appartiene.
Quest'idea apartiene alle babbione, alle ProgresSister, che potete conoscere all'idirizzo www.dubitoergosum.splinder.com
Impariamo dal mondo degli animali.
Ispiriamoci alle leggi di natura che il Zignòre ha creato e che l'Uomo ha modificato in base a un criterio molto logico.
Guardiamo i cavalli... I cavalli sono stati acutamente individuati alla nascita. Si capisce quali sono le femmine, quali i maschi, e quali, fra questi, quelli da riproduzione. Mica tutti. Nossignore.
Ci sono un 10 stalloni che posseggono le caratteristiche migliori per fecondare. Che sono nati per montare. A quello servono. Perchè se li portate in gara... beh, vi faranno impazzire. Potranno non rispondere ai comandi, potranno tradire il fantino per una bella cavallona che passa di lì, possono incazzarsi come delle iene e trattarvi con violenza, scaraventarvi contro un ostacolo e poi mandarvi anche a quel paese. E' evidente che questi cavalli servono a ben poco, se non a menare ben benino il pene.
Poi ci sono i castroni. Questi sono quelli di cui ti puoi fidare. Non ti lasceranno mai per terra in preda agli istinti. No. Perchè gli istinti sono stati girati come due rubinetti chiusi. E quelli te li devi portare in gara. Quelli ti fanno vincere. Quelli rispondono ai comandi, vanno dove tu li indirizzi. Su quelli puoi contare. Ma trombare? Cosa significa? No, solo amore platonico, grandi poesie di Flaubert, grandi discorsi sotto le stelle, domandandosi sull'esistenza degli alieni. Per il sesso, se proprio si vuole, serve uno stallone.
Ecco le ProgresSister, di cui io oggi sono portavoce, propongono di applicare lo stesso metodo selettivo, anche all'universo maschile circostante. Selezioniamoli alla nascita. In base a: aspetto fisico, dimensioni del pene, odori sgradevoli, quoziente intellettivo.
I più aitanti, prelibati, idioti e prestanti, mettiamoli in un luogo chiamato MONTODROMO, dove le donne vanno a farsi montare in caso di necessità (sessuali o riproduttive). Tutti gli altri, castriamoli, e rendiamoli, finalmente, individui affidabili e gradevoli.
Così, ci sarebbero molti meno problemi di delusioni, amarezze, tradimenti e aspettative frustrate. Così restituiamo al complesso mondo umano e all'ancor più complesso mondo dell'Uomo e della Donna, un criterio, despota, che non ammetta più confusione di ruolo. Tu servi a riprodurre, via, fila nel Montodromo e aspetta il tuo turno. Tu, non servi a riprodurre, sarai immesso nel girone degli Amici, metti le palline qui che faccio due giri e chiudo l'acqua. E via.
Quante energie e quante lacrime si risparmierebbero...
ViolaMai alle 09:35 in:
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giovedì, 07 febbraio 2008
Signore e Signori,
Berlicche ammette di avere toppato. Di avere pestato una merda nel tornare a credere alle relazioni.
Berlicche ammette di avere male investito, di avere compiuto un enorme errore a lasciare alla vita un'altra chance, e, già che c'è, ammette anche di essere stata mollata.
Ma con Amore.
Sì, Signori, perchè di Innamoramento si tratta, quando lui fa il duplicato del mazzo di chiavi per te, e ti caccia fuori di casa dopo 26 ore.
Perchè di Amore si tratta quando "prego raccattare i suoi stracci" perchè gli hai detto: "mi tratti un tantino di merda".
MA COME PUOI SOSTENERE CHE TI TRATTO DI MERDA (ma sei rincoglionita?), SE MI SONO FIN SPORCATO LE MANI (ma che cazzo ci vuole?) PER AIUTARTI (ma non è che serve una laurea) A GONFIARE (ma dove cazzo sei cresciuta?) LE RUOTE (ma come cazzo sei messa?) DEL TUO MOTORINO (e sì che non serve un genio...) ??????
Perchè il dramma, Signore e Signori, è che la mia famiglia mi ha impartito il latino e non l'utilizzo di un compressore. E per quanto io a quello gli dicessI: rosae-rosarum-rosis, quello non dava segni di vita.
Un grosso problema, in un mondo in cui ogni donna sa perfettamente gestire un compressore.
Perchè il dramma è che poi l'uomo con cui stai, se lo ASPETTA.
E a poco serve dirgli:
"Caro, sono una donna, non sono programmata per usare un compressore. D'altronde, io so fare bene i pompini. Cosa preferisci? Che ti faccia bene un pompino o che ti gonfi le ruote dell'auto?"
A nulla è servito, perchè c'è l'Aspettativa. E non c'è niente da fare. Per quanto tu ti sforzi di tagliare la zucchina sottile, non sarà mai sottile abbastanza. Per quanto ti affatichi per essere il meglio, sarai sempre un surrogato di ciò che lui avrebbe voluto.
E dopo l'ennesimo troppo-poco-troppo-tanto-troppo-lungo-troppo-dolce-troppo-denso-troppo-lento-troppo... non solo non devi irritarti, (perchè allora significa che non accetti le critiche, sì insomma, che sei una donna con cui si può parlare solo mentre la si scopa), ma devi anche importi il silenzio, perchè Lui ha dichiarato che Gli stai rompendo i coglioni.
E siccome constatare "mi tratti un tantino di merda", è risaputamente la cosa più grave che può capitare nella coppia (peggio delle menzogne, peggio dei finti orgasmi, peggio delle corna), allora prego, accomodarsi fuori dalla mia vita.
Ma, sia chiaro, con Amore.
Perchè io sono innamorato di te, è per questo che non ti perdono un'uscita infelice (ma vera), è per questo che cacciarti, fra le opzioni A, B, C, D... Z, è sicuramente la A. Perchè sono innamorato di te. Mi pare evidente.
Perchè mi capita talmente di rado di innamorarmi, che se per caso succede la botta di culo di trovare qualcuna che mi smuove sentimenti, al primo passo falso la elimino. Un ragionamento che non fa una piega.
E così, Signore e Signori, Berlicche ritorna nel grasso girone dei (con)dannati alla solitudine.
E (con)danno la mia coglionaggine ad esserci ricascata.
E (con) altrettanto danno, torno a vivere la mia individualità isolata, pensando che forse, se quel compressore l'avessi saputo usare, se quella zucchina l'avessi tagliata più sottile, se quella torta fosse stata al cioccolato, se quella casa l'avessi pulita più rapidamente, se... se... se...
io ora potrei dargli quel regalo di compleanno per cui da un mese stillo il sangue mio e dei 36 disgraziati che ho intorno, io ora starei dormendo accanto a lui, io ora stare facendo l'amore con lui...
e domani mi sarei svegliata, gli avrei preparato un caffè, glielo avrei portato a letto per dargli il buongiorno, e mi sarei sentita dire, con infinito Amore: "l'hai fatto bollire troppo".
ViolaMai alle 01:43 in:
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mercoledì, 30 gennaio 2008
I FIUMI, DOVE I CANI NON SI TUFFANO,
NOI LI ATTRAVERSIAMO.
LE PAURE, CHE LA GENTE RIFUGGE,
NOI LE CERCHIAMO.
AL MONDO C'E' CHI SA FARE BENE LE COSE.
POI CI SONO TUTTI GLI ALTRI.
ViolaMai alle 23:33 in:
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mercoledì, 30 gennaio 2008
E chi non riuscisse a sentire l'audio, può trovare lo stesso video sulla colonna di sinistra,
sotto la sezione "Carne Tremula"
ViolaMai alle 08:41 in:
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venerdì, 18 gennaio 2008
Ragazzi, cerco lavoro.
Sappiatelo.
E aiutatemi a trovarlo.
Passatemi link, datemi indirizzi, fatemi sapere.
Se sentite che cercano alpini, o piloti, o ortottisti, o astronauti, o neurochirurghi, o idraulici, o notai,
contattatemi.
ViolaMai alle 09:59 in:
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venerdì, 18 gennaio 2008
Guardare le unghie che crescono mi ricorda che sono viva.
E me lo segno sulla agenda.
E mentre lui mi parlava dei progressi psicoterapeutici, io facevo di sì con la testa, ma pensavo a tutt'altro.
Pensavo che in fondo, non è mai stato capace di dirmi altro che "sono contento di..." o "quello che voglio è..."
Che le sue risposte non sono mai state all'altezza delle mie domande. Che il suo è un mondo egoriferito, un gioco dell'oca in cui le regole sono stabilite da lui soltanto, e devono valere per tutti i partecipanti.
Di recente, anche il non farti partecipare è diventata una regola.
Poco conta se ti va bene o no. Così è. Cazzi tuoi.
ViolaMai alle 08:56 in:
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mercoledì, 16 gennaio 2008
Succede che la tristezza mi aspetti al risveglio, per versarmi il caffè.
Disfarsi... un piacere che pochi sanno apprezzare.
La gente conosce solo il mio lato edulcorato.
Ignora la camera oscura in cui sviluppo le pellicole bruciate della mia intimità.
Ma io parto per prati lontanissimi, in cui i padri non abbracciano le figlie,
in cui le figlie non si concedono alle madri, e gli Amori sono solo amanti più o meno abili.
Se mi sapessi affrancare dalle emozioni,
non mi darebbe problemi perdere ai dadi della sorte,
le molte persone che mi sono passate accanto.
Capisco perchè in tanti cercano Dio.
E' confortante che qualcuno sappia.
Non conta se perdona o se ama comunque.
E' importante che sappia lo schifo che fai.
ViolaMai alle 19:53 in:
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mercoledì, 09 gennaio 2008
Mio padre non mi ha mai abbracciata, baciata, sfiorata.
Non so quale sia il suo odore, non conosco la temperatura del suo corpo.
Ma non è vero che non l'ho perdonato, per questa infinita carenza di affettività.
L'ho perdonato. Lo amo profondamente, come lo amavo quando ero un gruzzolo di chili.
L'ho perdonato e gli sorrido. E lo assecondo. E vado oltre.
Ma non posso non piangere, quando penso a tutto quello che non mi è arrivato,
che avrei voluto, e che ora non mi può dare più nessuno.
C'è chi crede che per questo non sarò una buona madre.
Perchè non passerò a mio figlio la leggerezza che invece gli darei, se coltivassi il perdono.
Ma io non sono in guerra. Non ho rancore. Solo il cuore ricolmo di sale.
Pensare di non essere un giorno una buona madre, fa più male che essere orfani.
Come vorrei che qualcuno adottasse le mie lacrime...
ViolaMai alle 18:18 in:
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martedì, 08 gennaio 2008
Diciamoci la verità: in India non c'è un cazzo da fare.
Misticismo.
Ma mica il misticismo al tartufo di Assisi. Quello con tanto olio e la rissa col cameriere se pretendi di metterci sopra il grana. Ma va'.
Il misticismo indiano è fare-a-meno-di.
Io sono entrata nel guinness dei primati. Io faccio a meno di cagare. Del tutto.
Chi di voi ci riesce?
La circonferenza del mio addome si posiziona dignitosamente fra le medie del 5° mese di gravidanza.
Roba che non vedo l'ora di trovarmi sul cesso milanese e sfogliare l'ultimo numero di Vanity.
Ho bevuto tanto di quel chai, da ritrovarmi le macchie di teina sulle caviglie, e ho deglutito tanto di quello yogurt, da farlo uscire con tutto il vasetto, se qualcuno mi strizza le mammelle.
Misticismo.
Sì, perchè alla fine è l'unica risposta che trovi, quando, di fronte ai relitti umani, ti viene impossibile non domandarti: MA COOOSA TI E' SUCCESSO??? Misticismo.
Mistico è Bruno, 50enne in fuga dalle Poste Italiane per aver fatto troppo il furbo, mistico è Johhny, che nel 78 non trovava lavoro e si è messo a raccogliere charas daile montagne, mistico è Chandro, che affitta la casa in Toscana, perchè i cilum è più semplice farseli ad Arambol.
Tutti mistici, tutti santi, tutti shanti.
La verità è che l'India è un ricettacolo di disperati che sanno di trovare conforto in altri disperati.
Poi ci sono quelli che ci credono, che si tatuano Ganesh sul prepuzio, che vanno in pellegrinaggio sui gusci di cocco, che sono in ricerca. O che hanno trovato risposte che a me non sono ancora arrivate.
Ci sono quelli che si vivono l'illuminazione in umiltà e ci sono quelli che pensano di avere capito tutto della vita, mentre tu, coglione, non hai capito ancora un Loto.
Ecco. A questa categoria io rivolgerei, tutti insieme, un minuto di silenzio.
Dai, ragazzi, tutti zitti con me per un minuto.
E poi, sempre tutti insieme, mandiamoli a cagare.
u
ViolaMai alle 22:15 in:
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martedì, 08 gennaio 2008
L'Uomo dorme incosciente.
L'Uomo riposa inconsapevole.
E' ufficiale.
La Donna è condannata a pensare e a guardarlo riposare inconsapevole.
E l'Uomo, che dorme, non sa cosa trama la sua Donna.
ù
ViolaMai alle 22:15 in:
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martedì, 08 gennaio 2008
Ho la mente vuota. Perchè da due settimane non penso e io mi disabituo facilmente.
Mi disaffeziono, mi disamoro. Per questo posso essere pericolosa.
Ho deciso che le cose vanno usate. Per possederle, bisogna usarle.
Altrimenti non saranno mai tue, saranno solo di tua proprietà.
Cresco e invecchio, e mi sento sempre più un qualcuno a caso.
Potrei essere anche uomo, non cambierebbe nulla.
Le fini improvise, sono sorprese solo per la mia parte demente.
Il resto è l'artefice di ogni fine. Sono bipolare.
Temo la fine, come emblema di lutto, e non ne posso fare a meno, come tappa obbligata della rinascita.
Io sono nata per continuare a nascere. Per ritrovarmi ciclicamente neonata, con quella pretesa degli adolescenti.
Solo nell'inquietudine del piccolo che vuole diventare grande, risiede il primigenio slancio vitale.
Il non aver forma e cercarla, produce movimento.
Il trovarla e mantenerla, produce la stasi.
L'immobilità decompone.
ViolaMai alle 22:14 in:
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mercoledì, 12 dicembre 2007
Io sono nata per ricominciare.

Io sono l'accensione e lo spegnimento e la riaccensione.
Io sono simultanea e frammentaria.
Io sono interrotta.
Io sono l'embrione che stenta ad alimentarsi.
Io sono il tentativo.
Io sono l'entusiasmo.
Io sono il questa volta.
Io sono ovunque.
Io sono il comunque.
ViolaMai alle 17:24 in:
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giovedì, 15 novembre 2007
Siamo persone reali, con qualche calo di energia, di speranza, di zuccheri, di aspettative, di lacrime, di peso, di pressione, di fiducia. Chissà se il benessere è stato figlio e padre del distacco. Troppe luci autoreferenziali. E il silenzio. Troppa carenza di appligli, troppa offerta di maniglie da fabbro di ultima spiaggia, troppe spiagge battute da un fabbro annoiato. Non ho partenze nè traguardi. Un'antipatia per i "ciao", un dubbio monotòno, una grinta abortita e fumi inefficaci. Poi prenderò questo pacchetto monco di emozioni e lo serigraferò altrove, cantando gira gira il tonto.
Anch'io amo la vita, prima di tornare a viverla.
ViolaMai alle 20:05 in:
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giovedì, 15 novembre 2007
Oh-Issa, Oh-Issa, tiriamola fuori da lì questa donna, questa femmina che cerca la Vita.
Diamogliela. La chiede...
Non sa che rimpiangerà di averla sperata, con l'illusione di tornare a crederci.
Aiutami a spingerla. E' pesante. Solo ossa, ma inzuppate d'acqua e terriccio.
Appoggiala qui. Dammi le altre costole. Qui ne mancano due.
Non farla rispondere. Rispondi tu. Di' che lo faremo richiamare.
Non gliene è mai importato più di tanto, in fondo. Non credo che debba parlarle adesso.
Vieni qui. Un bel massaggio cardiaco. E' quello che ci vuole in questi casi. Lento, per calmarla.
Ha la febbre. Passami il termometro. 34.6... Scotta.
Non andrà sempre così bene, Lucchia, Berlicche, Lucicchiola, Violetta del Pensiero Impuro.
Tornerai cosciente in meno di una notte... e sentirai tutto quello che a fatica avevi cancellato.
Tornarai a vedere i colori, e tornerai a non voler più essere cieca.
E' lì che inizierai a confonderti. Tutti quei colori, quelle fitte all'utero, quella distanza, quella solitudine, quel lento perdersi di intensità, quel meschino ricordarsi l'aspettativa, quel mal di mare, quella nausea da concepimento, quei biscotti poco dolci, quell'ingegno del rimettersi in discussione, quel meno di troppo, quel drogato calo di pressione, quel vuoto attorno, quella speranza delusa di non essere abbandonata questa volta, quel decomporsi dell'illusione, quel fottere dell'attesa, quel mestruo inopportuno, quello smettere di nutrirsi, quel gridare vendetta, quel implorare aiuto, quell'appendersi a ogni balcone illuminato, quell'amarezza improduttiva, quel cannibalismo reciproco, quella coperta di quieto malessere...
E se anche svenissi?
ViolaMai alle 19:15 in:
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giovedì, 01 novembre 2007
Vogliamo aprire una società che esaudisca i desideri? Una srl.
La cui presidentessa sia la Sig.ra Derio Desy.
All'ordine del giorno:
- raccimolare 8548 pacche sulla spalla per Agostina che deve togliersi quella gobba
- convincere una mongolfiera a trasportare Ettore attorno al Castello Fortunato
- persuadere la mamma di Ginevra a filarle uno zucchero, che tanto il molare ci mette almeno 10 zuccheri filati e 7 ciambelle a cariarsi
- insistere affinchè i semafori comincino a parlare durante i rossi, raccontandoti perchè non hai nulla da invidiare all'autista che ti stringe sul lato
- regalare un frullatore per peluches a tutte le nonne che devono togliere la polvere dalle camere dei nipotini
Ve lo dico perchè oggi avrei voluto mettermi a fare bolle di sapone in metropolitana, tanto per vedere che effetto fa. E non l'ho fatto. Stavo per tirarle fuori e cominciare. Ma poi mi sono fermata. D'un tratto. A gesto iniziato, con la mano a mezz'aria, ho scelto di non prenderle.
Perchè non le avevo.
E tediare la Rinazina, fino a convincerla a spruzzare gli odori dell'infanzia?
ViolaMai alle 00:21 in:
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mercoledì, 03 ottobre 2007
Come sono arrivata qui? In quale città mi trovo, e, soprattutto, dov'è che stavo andando?
Cosa è successo d'un tratto? Dove è arrivata la febbre? Quando si è spenta l'iride?
Ho un vuoto. Ricordo il Passito di Pantelleria, il sale grosso, l'acqua sul cotone.
Un bicchiere di tè rovesciato sui piedi. Ricordo di aver dormito per ore.
Giorni forse. Ricordo numeri decimali ossessivi.
Ricordo uno specchio sporco, un lavandino opaco, un water con acqua giallastra.
Colori tutto intorno. Gambe ruvide e pelle secca.
Ricordo l'inizio di ottobre. Un inizio che non verrà mai scordato dalla fine.
Ricordo la diversità. L'io contro il voi. Ricordo la nascita del segreto.
Ricordo il ritratto dell'ambivalenza. Ricordo i precari equilibri del rischio.
Ricordo il distacco e la cattiveria. L'agire per rabbia. Il rovinarsi per dispetto.
Alla faccia tua, alle facce vostre. Alle facce pulite. Salute.
Cin cin alla limpidezza, colore chiaro, gusto pulito: mi scusi, non sono io.
Mi sono sotterrata per non riesumarmi.
La mia faccia è cambiata.
Io non sono più qui.
ViolaMai alle 17:14 in:
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mercoledì, 22 agosto 2007
Mai nessun altro letto varrà il sospiro di queste lenzuola fredde.
Ovunque e nonostante tutto, io ritorno alla sorgente, io vado a bere questa mia acqua.
E chiedo perdono di non poterne fare altrimenti, di questa torre cementificata di niente. Di -ismi.
Di file interminabili di mut-ismi in cui non si sa più chi era prima dell'altro, perchè ognuno inganna gli accodati per ottenere l'ultima cucchiaiata di insalata di riso.
Io mi scuso, miei signori, per essermi disabituata a come ci si prende cura di chi si prende cura.
Per avere il terrore che mi si voglia bene. Che mi si voglia punto. Non so come si fa, capite?
Lasciatemi andare, lasciatemi evaporare, lasciatemi dissolvere, non chiamate l'ambulanza se non mi sentite più rispondere. Ma sì, sarà successo qualcosa. E allora? Avete vissuto una vita senza di me, possibile che ora io possa risultare così importante? Io devo andare, devo fare, devo conoscere, scoprire, perdermi, dannarmi, sperimentare, ingannarmi, rovinarmi, senza la responsabilità di contaminare una vita che nutre del sentimento per me.
Io non voglio rovinare se non me stessa.
Lasciatemi almeno un'ultima curva di libero arbitrio. Non voglio che mi si rinfacci l'aver inflitto, l'aver mutilato, l'aver ucciso, l'aver illuso e imbrogliato, io non voglio più chiodi, non voglio più stigmate.
Non nego di soffrire nella solitudine cosmica. Non lo nego affatto. Ma concedetemi che non possa farne a meno, che mi manchi irreversibilmente, che la tuteli con le viscere, che mi droghi l'essere sola. Che temi furiosamente ogni intrusione. Concedetemi la perversione di questo meccanismo lugubre.
Perchè l'Abbandono, molteplice, ripetuto e subito, è un esercizio.
Come il Danno.
E come sai che si impara a sopravviverne, così sai che anche coloro a cui lo infliggerai, sopravviveranno.
ViolaMai alle 17:21 in:
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lunedì, 30 luglio 2007
Mi siedo sul tram, guardo ai miei piedi e trovo frammenti sparsi di polmoni.
Ogni essere umano che incrocio è la sutura mal riuscita di una storia d’amore lacerante.
Azzoppati, amputati, mutilati, sfregiati, scalfiti, scarnificati.
L’età adulta è caratterizzato dal quel velo strappato di illusione-svanita che il mondo possa sapere di balocco. E’ caratterizzata dalla rinuncia alla credulità, dall’inconcessione dell’ulteriore possibilità di salvezza, perché la salvezza c’è stata e ha portato alla perdizione.
Darò una cena a casa mia. Per milze e rotule, per esofagi e aorte, per uteri e clavicole.
Nessuna lista, all’entrata. Giungete e ricomponetevi come meglio credete.
Io sono ammutolita dal nostro scenario di desolazione. Dalla pericolosità che riesce a celare un divano il lunedì sera. Da quanto possa fare male affettare un peperone, da quanta malinconia celi la cottura di un uovo, da quanti mondi possibili chiuda la chiusura di un mondo possibile.
Perché i primi amori (ma anche i secondi e i terzi, se devastanti) hanno una responsabilità e una ricaduta sociale incalcolabile. Perché ci togliete la tolleranza per il russare del futuribile, ci rendete pigri allo slancio vitale, ci allarmate al colpo d’occhio, ci inquinate il locale di pregiudizio e cinismo.
Perché non ci fate più fare un Roma-Milano all’improvviso e chissenefrega.
C’è stato un Tempo. Ora non c’è più.
Ed esiste chi sceglie di non mangiare fino a quando non si re-innamorerà. E sfida, così, la vita.
Chi arriverà prima? L’amore o la morte? Perché se senza l’amore non si può vivere, tanto vale lasciarsi morire, magari richiamando l’attenzione delle esternalità che ti attraversano.
Ma le esternalità non ti attraversano più. Perché sono a loro volta state violentemente attraversate.
Maspik, toda. Basta così, grazie.
Ora, se mi state ancora leggendo, scaricatevi “River of Sorrow” di Anthony and the Johnsons.
E ascoltatela.
E ditemi se non vi viene voglia di concedervi un riscatto emotivo.
Perché a me, cazzo, a me viene.
Perché, con tutto il mio sguazzare compiaciuto nel lettone vuoto, se penso di dover vivere un’esistenza senza provare più nulla, metto già stasera la mia vita all’asta su Ebay.
Prezzo di partenza: 1 euro.
Perché per quanto Leonardo resterà una pietra miliare, cazzo, io voglio rimettermi in gioco.
Senza carte, senza dottrina, senza mappa, senza carburante, senza destinazione, senza età, voglio che mi si dica che Babbo Natale esiste.
E voglio concedermi il
beneficio del dubbio.
Non ti crederò, non mi convincerai. E allora prendimi a schiaffi, sberlami, sceffonami, e costringimi a uscire da questa stanza viola. Obbligami a tornare a sentire.
Imponimi, tirandomi violentemente per i polsi, a scendere in strada e guardare un punto a caso dell’orizzonte. Un punto a caso in cui non sia ancora stato scritto niente, e in cui potrebbe per sempre rimanere il vuoto.
ViolaMai alle 19:27 in:
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domenica, 29 luglio 2007

Cosa ci diciamo? Che dormiamo insieme per paura.
Per paura di cosa? Di dormire da soli.
Non era lei che mi mancava. Era il trovare qualcuno al di là del cuscino.
Cosa farai questa sera?
Guarderò la Corrida con mio marito. Perché mi guardi male?
Quando ci si ama davvero anche la Corrida è un imprevisto.
Non ne sei convinta?
Quando la vedevo così malinconica, cercavo di fermare il tempo,
per bloccare così a mezz’aria la sua bellezza triste.
La mia vita è piena d’amore e di Spinacine. Mentre la tua? Ti vedi?
Sei magrissima e sola. Io sono in soprappeso, ma almeno ho qualcuno
che guarda la Corrida con me il sabato. Tu la Corrida te la vedi da sola.
Ah, tu non vedi la Corrida? Ah, giusto, tu ti guardi il cinema d’autore.
Bhe’, ma sempre da sola te lo guardi.
Lei mi rinfacciava sempre di non dirle le cose giuste.
Io la domenica vado a pranzo dai suoceri. Tu invece?
Tu la domenica nemmeno fai pranzo. E sempre sola.
Ma la verità è che non si sa mai cosa dire a una donna che soffre:
si rischia sempre di dire troppo o troppo poco.
E finchè non troverai della magia nella Corrida con lui il sabato sera a casa
fra tazzine, strofinacci e Spinacine, resterai sempre magra e sola.
E io mi vergognavo sempre di mentirle.
Finchè non accetterai che si sta insieme per affrontare meglio
la domenica pomeriggio, finchè crederai che lo stare insieme
sia uno scambio complesso di stimoli e impulsi,
Se non mi credeva, mi vergognavo per me.
finchè penserai che ci debba essere più del compromesso per
condividere una vita insieme, finchè attenderai di rispecchiarti nelle
stratificazioni altrui, come un anelito, come un compimento, come
un prolungamento dell’esistenza che sfugge, che fuggirà presto,
troppo presto… finchè… sarai sempre sola.
Se mi credeva, mi vergognavo per lei.
ViolaMai alle 22:08 in:
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martedì, 17 luglio 2007
Perdonate i discorsi da Silhouette Donna, ma quando ci vuole ci vuole.
E non è semplicismo. E non è delirio di onnipotenza. Dicesi Volontà.
Perché lo “star bene con se stessi” (questa minchiata di cui sono pieni i femminili che propinano la dieta della Luna) è esercizio, disciplina e metodo.
Fase 1: decidere che stare male è demodè, che non è trendy e che il nostro personaggio malinconico e depresso ci ha finalmente rotto i coglioni. L’essere ombrosi e inquieti è anni ’90 e calza sul nostro viso come il ciuffo tenuto su a forza con la lacca, o come il biancume sulla ragazzina dark che pretende di definirsi genio-incompreso. Forse non sei geniale e, soprattutto, forse sei comprensibilissima. Facciamo che il nostro sex appeal non sta più nella vedova nera. Il nostro modello d’uomo non è più Kaiser Soze. Facciamo che da oggi la seduzione del cosmo passa dal benessere contagioso. La fase 1 è imprescindibile. Se siete ancora lontanamente attratti dal vostro lato oscuro, passate al post “E’ già lunedì e io forse”, che sicuramente vi ritemprerà l’animo.
Fase 2: razionalizzazione metodica. Il che significa non il semplice esame-di-coscienza. Eh no, ragazzi miei, non è che basta sedersi una tantum e raccogliere le idee, pensando ai bambini che muoiono di fame per concludere che non si sta poi così male, avendo il frigo pieno di pasta d’acciughe. No! Significa esercitarsi ad affrontare l’arrivo del malessere ogni qualvolta lo si intravede all’orizzonte. Il quale può essere affrontato con delle tecniche abbastanza efficaci. Si può per esempio cominciare a distinguere se il malessere sta dentro o fuori di noi. Stai male per come è lui/lei o stai male per come sei tu/tu? In questo momento bisogna essere onesti. Se, onestamente, la risposta è lui/lei, si deve concludere riflettendo sul fatto che, volendo, ne potreste anche fare a meno. Siete vissuti senza conoscerlo/a per anni, potreste tranquillamente continuare a vivere senza. Tanto, arriverà qualcun altro. Fidatevi, arriva sempre qualcun altro. E, prima vi distaccate emotivamente, prima il qualcun altro arriverà. Perciò, non perdete tempo. E, se soffrite per qualcuno che non siete voi, state già sicuramente perdendo tempo. Mentre piangete in camera, perchè il telefono non suona, la vita vi gira intorno e voi non ne prendete parte. Mentre vi incazzate e vi ostinate a farla/o diventare quello che speravate che fosse il giorno in cui vi siete conosciuti, la persona che potrebbe essere già quella roba lì, sta salendo sul treno che voi avete perso.
Ma perché? Non crederete mica che le persone si possano cambiare? E se anche fosse, lo riterreste giusto?
Se invece il malessere è dentro di voi, la questione si fa più interessante. Abbandoniamo il “d’altronde, purtroppo, ormai, in fondo, effettivamente, inevitabilmente, evidentemente sono fatto così”. Minchiate. Adottiamo il “vorrei essere così”. Visualizziamo come vorremmo essere. Abbiamo detto che il modello adolescenziale dello stilosismo depressoide è ora di farlo crepare. Vogliamo essere persone felici? LO VOGLIAMO O NO, CAZZO? Se non lo vogliamo, diciamocelo chiaramente. Sto male perché mi piace. Sto male perché altrimenti non so che fare. Sto male perché non mi ricordo un giorno in cui non sia stato così. Se non lo vogliamo, smettiamola di esserlo. Investiamo su quello che ci sembra il nuovo modello di stile. Per me è stile la conoscenza, l’avere mille interessi e il lasciare un segno intorno. Allora studio, agisco e scrivo. Per te è stile avere soldi. Allora pigliati un quadernino e annota le spese superflue che il prossimo mese potresti anche evitarti. Per lui è stile aiutare la gente. Allora tira su il telefono e chiama un centro di assistenza invalidi. Per lei è stile perdere peso. Esci e mettiti a correre. Domani? Che palle? Sono stanco? No. VOLONTA’. ESERCIZIO. TENACIA.
Fase 3: Una volta fatto, godete dell’esserci riusciti. Gongolatevi sul letto, ripensando a quanto siete fighi per essere riusciti a leggere 20 pagine del Faust, per aver corso 15 minuti, per aver mangiato un piatto di pasta in meno, per aver fatto un salto dagli anziani, per aver messo via 100 euro.
E ditelo. Raccontatelo. Fate sapere al mondo che state guarendo, passate l’informazione che siete irresistibili per questo. Pensate ai vantaggi del non crogiolarvi più nel dolore. Lasciate che la seduzione passi da quanto siete tenaci. La volta prossima, sarà più semplice. La volta dopo, sarà quasi automatico. Dopo un mese, al presentimento della malinconia, già troverete qualcosa di meglio da crescere. Dopo molto tempo, lo star male vi sembrerà un passato che non vi riguarda più. Allontanerete le minacce di angoscia, investirete meno tempo nella cura delle nevrosi altrui, riconoscerete l’uomo che vi rovinerà la vita da 300 metri di distanza. Vi tutelerete. Non troverete tutto in voi stessi. Ma sarete in grado di affrontare le mancanze.
ViolaMai alle 17:16 in:
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lunedì, 16 luglio 2007
Che è poi la distanza perfetta. 
Tra genitrice e progenie, fra il freno e l’acceleratore, fra il pensiero e il braccio. Di più? No ti prego, saremmo troppo distanti. Intendo, nel caso mi venisse improvvisamente da dimostrarti (a fatti, non a parole perchè lo sai che non sono mai riuscita a dirlo) che ti voglio bene, ecco, un’ora e venti è la distanza perfetta per venire a portarti un Kranz di dimensioni medie.
Di meno? No, grazie. Non sarebbe conveniente che vivessimo troppo vicini. Sai, a quel punto tu avresti la mia chiave e potresti cedere troppo spesso all’impulso di farmi una sorpresa, di lavarmi i bicchieri, di controllare il contenuto del cassetto destro, accanto al cuscino.
Un’ora e venti è la tutela dallo scatto di nervi, dall’insofferenza, dall’omicidio.
Un’ora e venti è ciò che separa il mio utero dall’attimo prolungato del parto.
E’ il metro di distacco che mi sgancia dalle mie parole, che mi si scollano di dosso come un cerotto imputridito. Quello che, nello strappo, stacca anche i peli più fragili, come quelli dell’alluce, che, per quanto corti, fanno un male porco nel restare sul paracalli, paravesciche, parastinchi, paracadute. Le parole fuoriescono dalla placenta come figli nati maggiorenni, che ti ringraziano dell’investimento a perdere sulla loro esistenza, ma che, basta così, mi basta quest’ora e venti di manicaretti e creme caramel. Ora mi metto a dieta, mangerò jocca dai 18 ai 52 anni, finchè mio marito non mi mollerà per una ragazzina scalpitante che scalpiterà coi più arditi giovanilismi sui suoi testicoli. Allora tornerò a strafogarmi di burrata pugliese. Tanto, dovrò pur aspettare il decomponimento di tutto il resto, no?
Prego, serviti pure. Sono fresche fresche. Appena sfornate. Quelle più buone sono le più grasse. Tipo: "incestuoso", o "pusillanime". Ma puoi prendere quella che vuoi. Preferisci "raffermo"? Puoi assaggiare la parola che preferisci. Serviti pure, non mi dà noia che te ne approfitti.
Un’ora e venti di anticipo. Cosa farò, in questo lungo semaforo rosso? Scusi, signore, non è che mi racconterebbe la trama di questo romanzo che sta leggendo? Sì, mi accoccolo qui a sentirla.
La prego, vada con calma, la faccia durare molto. Allunghi il racconto di dettagli inutili.
E, dopo un’ora e diciannove, ci trovi un bel finale.
ViolaMai alle 16:52 in:
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domenica, 08 luglio 2007
Rotolo, arrotolo e srotolo.
Srotolando i bottoni dal giacchino che, se non metti, prendi freddo, arrotolo le cerniere delle scarpe che mi hanno concesso le vesciche. Vivaddio che so farmi ancora male.
Srotolo la pastasfoglia Buitoni, controllando i rotoli di lardo che arrotolano il mio corpo.
Ma se pesi 20 chili! Non c’entra quanto si pesa, c’entra quanto si crede di pesare.
Non te lo ricordi che se una cosa viene ritenuta vera, essa sarà vera nelle sue conseguenze?
Ti continui a srotolare i rotoli più importanti.
Rotolo, fra le lenzuola la domenica mattina, gongolandomi nel libero selvaticume della mia vacuità.
Lasciatemi in questo niente, lasciatemi il bisogno urgente di “dare una sbirciatina dove gli occhi non possono vedere”. Lasciatemelo fare perché da oggi ho deciso che mi piace.
Srotolo la mia impertinente curiosità davanti a te. Ma allora? Che aspetti a baciarmi? Non vorrai mica che regga le tazzine di caffè tutto il giorno? Ho srotolato e arrotolato questo sacco della spazzatura almeno 6 volte, per ottenere quel bacio. Mi sembra più che sufficiente.
E poi sai che non amo mescolare sessualità e putrefazione. Quindi, dico io, vedi di sbrigarti.
Ma sì, lo sai che passo la serata a casa a scrivere, potresti anche invitarmi a uscire.
Prendere la situazione in mano e affrontare l’attrazione.
Non hai più 16 anni, vai per i 68, dio-bono.
Ma cosa credi? Che siccome non me lo dici, io non sappia che vuoi venire a letto con me?
Sto entrando in menopausa a furia di aspettar-ti.
No, guarda che era un Tu generico.
Mica aspetto te. Aspetto Te, chiunque tu sia, basta che Tu sia Qualcuno.
Bene.
Bene.
Cosa ordiniamo? Per te una margherita con poca mozzarella, poco pomodoro e niente Passione.
Per me? Rotoli di carne con molta rucola e tantissima Noia, grazie.
E ora che si fa?
Non lo so. Forse dovremmo iniziare a mettere i miei vestiti nel tuo armadio.
Stai scherzando? Dovrei srotolare tutte le mie coperte, per farti posto.
Sì, ma io dovrò pur vestirmi in questa casa.
Non puoi andarti a prendere le camicie a casa tua alla mattina? Tanto Famagosta-Piola è un attimo.
E’ finita la carta! Mi porti un rotolo? Amore! Mi porti la carta igienicaaa? Oh, mi senti??? Amoreee!!! DEVO PULIRMI!!!
Eccoti tre rotoli. Uno Rosso, uno Blu e uno Bianco. Devi sceglierne uno solo per pulirti il sedere.
Considera che dalla tua scelta io capirò se sei la Persona con cui potrò passare la mia vita.
Ecco, scelgo il Rosso.
Uomo aggressivo. Strofini il tuo sedere come se fosse carne da macello, e ciò rivela un animo tendenzialmente poco generoso.
Va bene, allora scelgo il Bianco.
Uomo debole. Ti pulisci con poco vigore, e ciò indica che non sarai mai completamente lindo. Avrai sempre una parte debole e corrotta che non riuscirà a renderti un animo nobile e integro.
Ma io pensavo che il bianco fosse
simbolo di candore… va beh’, allora scelgo il Blu, però dammelo che ho lo stampo del cesso sulle chiappe da 2 ore.
Uomo indeciso. Il Blu è l’indiscutibile colore di chi vorrebbe l’intensità delle tinte forti, ma poi declina su una tonalità fredda e distaccata. Rivela un animo tendenzialmente conflittuale e depresso.
MA DOVE VAI??? LASCIAMI UN COLORE A CASO PER PULIRMI IL CULO!
E così, Miki, l’ho lasciato. Ho fatto bene, no?
Intendo dire, tu staresti mai con un uomo aggressivo? Con un uomo debole? Con un uomo indeciso? Chiaramente no. Meno male che non ho srotolato le coperte per fare posto alle sue camicie.
ViolaMai alle 21:06 in:
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sabato, 30 giugno 2007
Passaparola. 
Quale parola devo passare?
Quella che cuce a uncinetto le vene.
Non voglio stare a capotavola, non sono mio Padre.
Voglio stare accanto all’amicolo.
Così potrò aggrapparmi al suo avam-bracciolo quando mi ricorderò di essere sola.
Avam-bràcciolo, vorrai dire. No. Avam-bracciòlo.
La parte più esposta della poltrona.
Passaparola.
Passami il sale. Però appoggialo prima o porterà sfortuna.
Va bene, ma tu non passare la scopa sui piedi o non ti sposerai.
Non mi sposerò comunque, stai tranquillo.
Come no? E se te lo chiedessi?
Beh… comincia a chiedermelo. Poi si vede.
No. Non te lo chiedo se non sono certo della risposta.
E se sei certo della risposta, perché hai urgenza di fare la domanda?
Passaparola.
Sèidivìnastasèra –Sàidivìnostàsera - Sàlivìnostranèra – Saliva no, straniera -
Ma cosa stai dicendo? E che ne so, me l’ha detto Augustolo.
Sì, grazie, altra Falanghina. Mi piace questo posto, ha i muri rossi di casa mia.
Tu hai un buon odore anche se non sai proprio di uomo, sai non te lo posso dire perché mi imbarazzo, ma ecco, dopotutto lo penso, vedi, comincia stranamente a piacermi questo tuo essere accanto con educazione.
Dopotutto lo zenzero esalta il sapore del granchio. Sì, come il parco della Vita esalta Oslo.
Fosse anche solo per un secondo, ti mostrerei quella montagna d’estate.
Mi ha fatto specie sapere che si sposasse. Io sono così lontano dal termine del compimento.
Cosa farai da grande? L’architetto. E ti piacerà? Mi piacerà a volte.
Credo che tu sia non classica ma comunque elegante… mi prendi in giro?
Fonderò il partito delle parole dimenticate. Come bislacco e bifolco.
Perché guardi sempre me sugli insulti? Anche tu sei un po’ desueta. 
Yo soy Desueta Esmeralda Gonzales y yo te quiero Armando, te quiero Amor.
E come pegno d’amore ti regalerò una parte di me.
Quale parte? No, perché io l’ala non la mangio.
Caspita. Allora ti regalerò il RosBonBon.
Non esiste. Certo che sì. E’ un superman sfigato con un pellicciotto che chiude gli occhi.
Chi, il pellicciotto? No, il RosBonBon.
Superman non chiude mai gli occhi.
Infatti questo non è superman, è RosBonBon.
Se hai bisogno mi chiamerai?
Sì, non ti chiamerò.
Sono qua vicino. E non farò niente di che.
Va bene, allora. Non ti chiamerò.
Scendo dall’altalena che oscilla fra riso e sorriso.
Lo sai tenere un segreto? Una cosa che ti dico piano piano, solo a te, che non passeraiparola stavolta? Lo sai tenere un nostro segreto? Sì…
Meglio così. Lo terrò a mente, nel caso avessi un segreto.
Grazie della serata, sai, sono stata insolitamente bene.
ViolaMai alle 16:12 in:
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sabato, 16 giugno 2007
Oggi, miei cari Signori/e, ho il piacere di affrontare con voi, il tema, per nient’affatto irrilevante, della progressiva incisività che sta via via acquisendo la casta dei parrucchieri. I quali, dopo Raffaele Morelli a cavalcioni fra Riza Psicosomatica (che è scesa ulteriormente a un-euro-e-dieci) e Buona Domenica (che più di così non può proprio scendere), sono senza dubbio diventati i reali psicoterapeuti delle masse.
Il sabato mattina dal parrucchiere, miei cari lettori, può rivelarsi, con quel pizzico di fortuna che è alla base di Astra e dei suoi amuleti in omaggio (e che non si capisce perché debba essere solo a pizzichi e non piuttosto a manciate o a pugni, cos’è, c’è l’illusione che se la fortuna è poca, sia meno cieca?), dicevo, il sabato mattina dal parrucchiere, sta diventando un’esperienza quasi trascendentale. In primo luogo perché trascende da te la qualsivoglia possibilità di decidere della tua testa. La sorte di lunghezze, frange, ciuffi, punte singole o doppie, viene affidata irreversibilmente a baccanti che “sentono”, prese da un invasamento alla Edward Mani di Forbici, cosa sia meglio per te. Non per il tuo look, sia chiaro. No, direttamente per la tua Vita. Tant’è che, con un massaggio tecnico, generato dalle note inedite di Enya e dai messaggi subliminali di un tizio che come un coglione ripete “tu ti vuoi bene” senza che nessuno lo senta parlare, loro sanno percepire se sei innamorata o se piuttosto hai voglia di gridare (ah ppperò!), se la tua vita familiare è serena o se ti senti gonfia di pianto (ohppalà!), se sei una donna realizzata o se piuttosto desideri una fuga improvvisa (a pposto.)
Io ero lì con la giugulare stretta da queste mani unte di genziana, agrumi, cannella e pellame con sentori di rosa canina, che mi dondolavano la testa per testare la mia resistenza emetica, stirandomi come con una pialla tutte le boccate fresche di zanzara… che io a quel punto avrei voluto grattarmi ma non potevo perché
- è vietato incrociare le braccia!
- Vabbè.
- E pure accavallare le gambe!
-